Ciao e benvenuti al terzo episodio della nostra rubrica dedicata a cronache, curiosità e piccoli episodi del passato che spesso si nascondono tra le pieghe della storia… proprio come un filo tra i tessuti del tempo.
Il tatuaggio nel Medioevo, è proprio vero che non esisteva?
[Miniatura immaginaria raffigurante un pellegrino mentre riceve un tatuaggio devozionale da un frate presso il santuario di Loreto.]
Esiste un filo curioso che lega il tatuaggio al Medioevo, e non è un filo lineare.
Se nell’antichità questa pratica era diffusa e ben documentata – dagli Egizi ai Romani, fino ai Celti e ai Britanni – nel corso dell’Alto Medioevo sembra quasi svanire, come un segno lasciato sulla sabbia e poi cancellato dal vento.
A decretarne il declino fu, in parte, la Chiesa. Già nel 325 d.C., durante il Concilio di Nicea, l’imperatore Costantino vietò le incisioni sul volto, ritenute una deturpazione dell’immagine divina. Secoli dopo, nel 787, il divieto venne rafforzato: papa Adriano I proibì definitivamente l’uso del tatuaggio attraverso una bolla papale.
Eppure, come spesso accade, ciò che viene proibito non scompare davvero.
Il tatuaggio sopravvive ai margini, nascosto tra cronache e immagini, difficile da riconoscere persino nelle parole che lo descrivono.
Lo si ritrova nei racconti di viaggiatori e religiosi: Guillaume de Rubruck, nel XIII secolo, parla di un uomo con una piccola “croce d’inchiostro” sulla mano. Anche Marco Polo, nella sua descrizione del mondo, accenna a popolazioni lontane che conservano questa pratica.
Persino nell’arte emergono tracce sorprendenti: nel Giardino delle delizie di Bosch compaiono figure tatuate, segni che si caricano di significati simbolici, tra il sacro e il demoniaco. E ancora, nel Livre des merveilles, un sovrano viene raffigurato con un’aquila tatuata sulla spalla, emblema di forza e regalità.
Così, nonostante i divieti, il tatuaggio continua a esistere. Cambia volto, si trasforma, si nasconde… ma non scompare.
Anzi, nel tempo assume un significato nuovo, profondamente legato alla fede.
Per i pellegrini, il segno inciso sulla pelle diventa una testimonianza del viaggio compiuto. Un marchio scelto, non imposto. Non più simbolo di infamia, ma di appartenenza.
È proprio a Loreto che questa tradizione trova una delle sue espressioni più vive.
Qui, nel santuario legato alla Santa Casa, i pellegrini iniziano a farsi tatuare simboli religiosi: croci, sigilli, immagini sacre. Segni che raccontano un percorso, una devozione, una trasformazione interiore.
Le origini di questa pratica si intrecciano con quelle dei pellegrinaggi in Terra Santa. Portare con sé un segno inciso sulla pelle significava custodire una prova del cammino, qualcosa che né il tempo né la distanza avrebbero potuto cancellare.
I tatuaggi venivano realizzati inizialmente dai frati stessi, utilizzando piccoli stampi di legno con i simboli incisi. Il disegno veniva impresso sulla pelle, poi ripassato con una serie di punture e infine fissato con inchiostro, che penetrava nelle ferite rendendo il segno indelebile.
Un gesto semplice, quasi rituale.
Un passaggio.
Perché, in fondo, il tatuaggio medievale non è così lontano da quello che conosciamo oggi: è un modo per raccontare chi siamo stati, dove siamo passati, cosa abbiamo scelto di portare con noi.
Un segno sulla pelle…
ma soprattutto, un segno nel tempo.
Qui sopra trovate alcuni riferimenti a veri reperti storici che riguardano il tatuaggio nel medioevo: immagini di tatuaggi di varie epoche e ordini religiosi, ma anche due stampi in legno per imprimere il disegno.
La storia è piena di dettagli curiosi che spesso sfuggono nei grandi racconti del passato.
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